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SAN TOMMASO D'AQUINO

SOMMA TEOLOGICA
PARTE I
(Tot. 119 questioni )




QUESTIONE 80
LE POTENZE APPETITIVE IN GENERALE



Dobbiamo ora trattare delle potenze appetitive.
Sull’argomento vanno considerate quattro cose: primo, l’appetito in generale; secondo, la sensualità [q. 81]; terzo, la volontà [q. 82]; quarto, il libero arbitrio [q. 83].
Sul primo punto si pongono due quesiti:
1. Se si debba ammettere l’appetito quale potenza speciale dell’anima;
2. Se l’appetito si divida in sensitivo e intellettivo come in due potenze distinte.

Articolo 1
Se l’appetito sia una potenza speciale dell’anima

Sembra che l’appetito non sia una potenza speciale dell’anima. Infatti:
1. Non è necessario assegnare una potenza dell’anima per ciò che è comune agli esseri animati e a quelli inanimati.
Ora, l’appetire è comune a tutti questi esseri, poiché secondo Aristotele [Ethic. 1, 1] il bene è «ciò che tutti appetiscono ». Quindi l’appetito non è una speciale potenza dell’anima.
2. La distinzione delle potenze si ricava dai loro oggetti. Ma è identico l’oggetto della conoscenza e dell’appetizione.
Non è quindi necessario ammettere una facoltà appetitiva oltre a quella conoscitiva.
3. Un universale non si distingue in opposizione ai rispettivi particolari.
Ma ciascuna potenza dell’anima appetisce un particolare appetibile, cioè il proprio oggetto. Quindi per un oggetto quale l’appetibile in genere non è necessario ammettere una potenza particolare distinta dalle altre, che venga detta appetitiva.

In contrario: Il Filosofo [De anima 2, 3; cf. 3, 10] distingue la facoltà appetitiva dalle altre potenze.
E il Damasceno [De fide orth. 2, 22] distingue le facoltà appetitive da quelle conoscitive.

Rispondo: È necessario ammettere nell’anima una potenza appetitiva.
Per dimostrarlo bisogna considerare che ogni forma ha una sua inclinazione —come il fuoco è spinto dalla sua forma verso l’alto, e a produrre un effetto a sé somigliante —. Ma negli esseri dotati di conoscenza la forma si trova a un grado più alto che in quelli privi di conoscenza. Infatti in questi ultimi si trova una forma che determina ciascuno di essi soltanto al proprio essere, che è pure quello naturale per ognuno.
E questa forma naturale ha una sua inclinazione naturale, chiamata appunto appetito naturale.
Quelli invece dotati di conoscenza sono determinati ciascuno al proprio essere naturale dalla loro forma naturale, in modo però da poter ricevere anche le specie [intenzionali] delle altre cose: come il senso riceve le specie di tutte le realtà sensibili, e l’intelletto quelle di tutte le realtà intelligibili; per cui l’anima dell’uomo, in forza del senso e dell’intelletto, è in un certo modo tutte le cose.
E sotto questo aspetto gli esseri conoscitivi si avvicinano a una certa somiglianza con Dio, «in cui tutte le cose preesistono», come dice Dionigi [De div. nom 5, 5].
Come dunque negli esseri dotati di conoscenza le forme esistono in un grado superiore a quello delle forme naturali, così bisogna che in essi vi sia un’inclinazione più alta dell’inclinazione naturale, chiamata appetito naturale.
E questa inclinazione superiore spetta alla facoltà appetitiva dell’anima, mediante la quale gli animali possono appetire le cose da essi conosciute, oltre a quelle verso cui sono inclinati in forza della forma naturale.
È dunque necessario ammettere una potenza appetitiva di ordine psichico.

Soluzione delle difficoltà: 1. Negli esseri conoscitivi l’appetizione si trova sotto una forma superiore a quella esistente in tutti gli esseri.
Ed è per questo che bisogna determinare una potenza speciale dell’anima.
2. L’oggetto conosciuto e quello desiderato sono in concreto la stessa cosa, ma c’è una differenza di ragione: poiché un identico oggetto viene conosciuto in quanto è un ente sensibile o intelligibile, mentre viene desiderato in quanto è una cosa conveniente o buona.
Ora, per avere una diversità di potenze non si richiede la diversità materiale degli oggetti, ma quella delle ragioni [formali].
3. Ogni potenza dell’anima è una certa forma o natura che ha un’inclinazione naturale verso un oggetto. Quindi ogni facoltà appetisce, in forza dell’appetito naturale, il proprio oggetto.
Ma oltre a ciò esiste l’appetito animale, legato alla conoscenza, col quale si appetisce una cosa non perché conveniente all’atto di questa o di quella potenza, come sarebbe la visione per la vista o l’audizione per l’udito, bensì perché conveniente all’animale stesso.

Articolo 2
Se l’appetito sensitivo e quello intellettivo siano potenze distinte

Sembra che l’appetito sensitivo e quello intellettivo non siano due potenze distinte. Infatti:
1. Le potenze non si distinguono per differenze accidentali, come si è detto [q. 77, a. 3].
Ora, per l’oggetto appetibile è un’accidentalità l’essere percepito dal senso o dall’intelletto. Quindi l’appetito sensitivo e quello intellettivo non sono potenze distinte.
2. La conoscenza intellettiva ha per oggetto gli universali, e per questo si distingue da quella sensitiva, che ha per oggetto i singolari.
Ma questa distinzione non ha luogo nella parte appetitiva: essendo infatti l’appetito un moto dell’anima verso le cose, che esistono nella loro singolarità, è chiaro che ogni appetito ha per oggetto le cose concrete e singolari. Quindi non bisogna fare distinzione tra l’appetito sensitivo e quello intellettivo.
3. Non è soltanto l’appetito che è subordinato alla facoltà conoscitiva quale facoltà inferiore, ma lo è anche la facoltà di locomozione.
Ora, nell’uomo non esiste una facoltà di locomozione che accompagni l’intelletto distinta da quella che negli altri animali accompagna il senso.
Quindi per lo stesso motivo non esiste neppure un’altra facoltà appetitiva distinta.

In contrario: Il Filosofo [De anima 3, cc. 9, 10] distingue due appetiti, e dice [ib., c. 11] che quello superiore muove l’inferiore.

Rispondo: È necessario affermare che l’appetito intellettivo è una potenza distinta da quella sensitiva.
Infatti la potenza appetitiva è una potenza passiva, che come tale è fatta per essere mossa dall’oggetto conosciuto: per cui l’appetibile conosciuto è un motore non mosso, mentre l’appetito è un motore mosso, come dice Aristotele [De anima 3, 10; Met 12, 7].
Ora, gli enti passivi e mobili si distinguono in base alla distinzione dei rispettivi princìpi attivi e motori: poiché è necessario che il motore sia proporzionato al mobile, e l’attivo al passivo; anzi, la potenza passiva si concepisce proprio in rapporto al suo principio attivo.
Ora, essendo l’oggetto dell’intelletto e quello del senso distinti per il genere, ne consegue che l’appetito intellettivo è una potenza distinta dall’appetito sensitivo.

Soluzione delle difficoltà: 1. Per l’oggetto appetibile non è cosa accidentale, ma essenziale, l’essere percepito dal senso o dall’intelletto: poiché l’appetibile non muove l’appetito se non in quanto oggetto di conoscenza, per cui le differenze dell’oggetto in quanto conosciuto sono sue differenze essenziali anche in quanto appetibile.
E così le potenze appetitive sono tra loro distinte in base alla differenza degli oggetti conosciuti come in base ai loro oggetti propri.
2. Anche se l’appetito intellettivo ha per oggetto delle realtà che fuori dell’anima esistono nella loro singolarità, tuttavia si porta su di esse secondo una ragione universale: come quando desidera una cosa in quanto questa è un bene.
Quindi il Filosofo [Reth. 2, 4] dice che l’odio può essere rivolto a qualcosa di universale, p. es. quando «abbiamo in odio ogni genere di assassini».
Inoltre con l’appetito intellettivo possiamo desiderare dei beni immateriali, quali la scienza, le virtù e simili, che i sensi neppure percepiscono.
3. Come dice Aristotele [De anima 3, 11], l’opinione universale non muove che per mezzo di quella particolare, e analogamente l’appetito superiore muove mediante quello inferiore.
Per questo non esiste una facoltà di locomozione annessa all’intelletto distinta da quella che accompagna il senso.


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